Il problema
Che cos'è un dono?
Un dono sembra una cosa semplice: si dà qualcosa a qualcuno. La storia di questa idea è più intricata. Alcuni doni aprono una relazione, altri la appesantiscono. Questa pagina segue quel filo fino al momento della presentazione dei doni nella Messa, e a una domanda pratica sul presente.
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Il dono che inganna
Il cavallo lasciato davanti alle mura è un dono solo nella forma. Laocoonte avverte i Troiani e non viene ascoltato. Nel verso di Virgilio c'è un dettaglio che vale la pena tenere, «quidquid id est», qualunque cosa sia: il pericolo sta anche nell'oggetto, prima ancora che in chi lo ha mandato. Un dono può contenere un vincolo, come la prima dose regalata.
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Il dono come legame, e come potere
Marcel Mauss, nel Saggio sul dono del 1925, mostra che in molte culture l'oggetto donato conserva qualcosa di chi lo ha dato; i Maori lo chiamano hau, e un dono che ne è carico resiste a diventare merce. Chi riceve resta comunque tenuto a ricambiare.
Il potlatch di alcuni popoli del Nord America porta la stessa logica all'estremo: i capi gareggiano distruggendo in pubblico beni preziosi, e il prestigio cresce con lo spreco. Il dare, lì, serve a mettere l'altro in soggezione, e il consumo ostentato di lusso ne è una versione recente.
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Il dono come restituzione
In questo campo non compare un donatore. Le tre donne raccolgono le spighe rimaste a terra dopo la mietitura. La Torà prescrive di non mietere fino ai bordi del campo e di non tornare per il covone dimenticato: quello che resta «sarà per il forestiero, l'orfano e la vedova» (Deuteronomio 24, 19-21; Levitico 19, 9-10). Nel libro di Rut una spigolatura fa nascere una storia intera.
Funziona diversamente dallo «sgocciolamento» della ricchezza dall'alto, che agisce da solo e lascia intatte le gerarchie. Qui c'è un obbligo, e poggia su una frase precisa: «la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Levitico 25, 23). Chi possiede tiene in custodia. Millet dipinge le tre donne monumentali, con una dignità che tiene lontano il pietismo.
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Il dono che libera
Nei Miserabili Victor Hugo mette in scena il vescovo Myriel. Jean Valjean, appena uscito dal bagno penale, gli ruba l'argenteria; ripreso dai gendarmi, il vescovo dichiara di avergliela donata e ci aggiunge i candelabri. Poi si rivolge a Valjean.
«È la tua anima che ti compro; la sottraggo allo spirito di perdizione, e la dono a Dio.»
Victor Hugo, I miserabili, 1862Nessuna condizione, nessuna contropartita. Hugo non fa di Valjean un santo, e più avanti lo lascia ricadere: la libertà che il dono restituisce comprende anche quella di sbagliare.
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Il dono di sé
Il figlio torna dopo aver dissipato tutto, e si aspetta un conto. Il padre non glielo presenta. Ordina invece di portargli «il vestito più bello», l'anello e i sandali (Luca 15, 22). La tradizione ha letto in quei segni la dignità che era andata perduta, la posizione di figlio con i suoi diritti, il piede calzato di chi è libero e non servo, e sono doni che cambiano uno stato più che passare di mano.
Nel battesimo accade qualcosa di simile. L'unzione col crisma inserisce ogni battezzato in Cristo «sacerdote, re e profeta»: non un titolo d'onore, ma una condizione reale, uguale per tutti, che non viene da un ruolo né da un merito. È il «sacerdozio regale» di cui parla la Prima lettera di Pietro (1 Pt 2, 9), rivolto in origine a una minoranza senza potere. Alla presentazione dei doni quel sacerdozio si esercita, e chi porta l'offerta compie un gesto che gli spetta per battesimo.
Cormac McCarthy, nella Strada, mette in scena un dono che non aspetta risposta: un padre morente dice al figlio «la bontà troverà il bambino». La tradizione scolastica la chiama bonum diffusivum sui, il bene che tende a diffondersi da sé.
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La presentazione dei doni, e oggi
Nella Messa, al momento dell'offertorio, la comunità porta all'altare il pane e il vino, e un tempo portava anche offerte per i poveri e per la chiesa. Caravaggio, nelle Sette opere di Misericordia, tiene insieme in un'unica scena notturna più gesti di soccorso, e il dipinto fu commissionato da una confraternita nata per organizzarli. Che cosa si porti all'altare, e perché, è il tema della pagina Il senso del gesto; qui basta la sintesi: nel pane e nel vino la comunità porta se stessa, e il denaro è uno dei modi concreti di dire «anche questo è tuo, Signore».
Per secoli l'offerta si è portata con ciò che si aveva sottomano. Oggi capita di non avere contanti e di avere con sé solo il telefono. La domanda pratica è se il gesto possa restare lo stesso mentre cambia il mezzo. La pagina In pratica lo mostra passo per passo, e la simulazione fa vedere il percorso: si inquadra un QR code, si sceglie l'importo, si conferma, e l'offerta arriva sull'IBAN della parrocchia.
Per approfondire
Da dove viene questo percorso
Le fonti e una mappa più ampia di rimandi sono in Timeo Danaos: perché il dono è problematico. In forma di libro: Marcel Mauss, Saggio sul dono (1925); David Graeber, Debito. I primi 5000 anni (2011); Victor Hugo, I miserabili (1862); Cormac McCarthy, La strada (2006).
Crediti immagini
Fonti delle riproduzioni
- Giovanni Domenico Tiepolo, La processione del cavallo di Troia in città (circa 1760), National Gallery, Londra. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.
- Jean-François Millet, Le spigolatrici (1857), Musée d'Orsay, Parigi. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons (Google Arts & Culture).
- Rembrandt van Rijn, Il ritorno del figliol prodigo (acquaforte, 1636), Rijksmuseum, Amsterdam. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.
- Caravaggio, Le sette opere di Misericordia (1607), Pio Monte della Misericordia, Napoli. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons (Google Art Project). Uso editoriale.